se l’istinto ha il sopravvento
LA GUERRA DI FRANCIA

“… noi italiani sappiamo cosa significa avere gli attributi grossi …” (Gennaro Gattuso intervistato dopo la partita)

   “Fieri di essere italiani“, “Italia Patria mia“, “Francia infame“, “Francesi tutti appesi“, “Francese Bastardo“, erano scritte non infrequenti tra le tante che si potevano leggere su striscioni e cartelli improvvisati esposti dalla moltitudine in festa per la vittoria della squadra italiana ai campionati mondiali di calcio.
  Il richiamo della foresta, l’istinto atavico belluino, il bisogno primitivo di far parte del branco, sono emersi dallo squarcio che l’infatuazione calcistica ha procurato nel velo che pietosamente copre le viscere della società, viscere nelle quali vengono digeriti i cibi immondi, ricoperti di glasse luccicanti, propinati da televisioni, radio, giornali, “videofonini”.
  Gli escrementi maleodoranti di tale ingozzamento, tanto subdolo quanto forzato, viene riciclato dagli stessi chef in un ciclo perverso in cui la commistione tra sport-spettacolo, business e potere trovano risorse e legittimazione.
  Ma se è comprensibile che politici e capipolo, pubblicitari e manager d’impresa, gestori di supermercati e spacciatori delle merci più diverse, trovino logico utilizzare il trionfo della irrazionalità, della fede cieca, dell’identificazione degli individui intorno a valori costruiti a tavolino, è preoccupante la timidezza che si traduce in un silenzio assordante di coloro che in possesso di adeguati strumenti di analisi della realtà non trovano il coraggio di porre degli interrogativi contro corrente.

  “Un 25 aprile del calcio” ha avuto il coraggio di scrivere su “Repubblica” a pagina 3, Enrico Sisti.
  Una affermazione idiota quanto quella becera di Calderoli per il quale la Francia avrebbe immolato al risultato la propria identità “schierando negri, islamici e comunisti”.

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