circo mediatico
MORTO PAPA WOJTYLA

   Papa Wojtyla si è spento. Le luci del circo mediatico montato intorno alla sua fine, quel circo che egli ha così bene utilizzato resteranno ancora a lungo accese.
  La sua fine, più volte annunciata e smentita, è stato un evento mediatico che passerà alla storia.
  In assenza di una telecamera che mostrasse in diretta la sua agonia, si è vellicato l’istinto necrofilo delle folle televisive supplendo con inquadrature delle finestre dell’appartamento pontificio e con interventi che avevano lo scopo di far immaginare quanto al di là di quelle finestre stava accadendo.
  Uno spettacolo indecente, ma uno spettacolo all’altezza dei tempi. Uno spettacolo che tanto sarebbe piaciuto a Wojtyla, che pur di affermare il potere della chiesa in un mondo ormai pienamente secolarizzato, ha utilizzato in modo spregiudicato gli strumenti che quel mondo gli metteva a disposizione, ma che da quel mondo è stato però assorbito ed omologato.
  Uno spettacolo indecente, ma uno spettacolo probabilmente inevitabile ed emblematico di una società in cui tutto viene fagocitato, digerito ed infine defecato come materia prima buona per ulteriori utilizzi negli ambiti e nelle direzioni più disparate.
  Lo spettacolo che è il prodotto di una società che si è affermata in modo forse anche più feroce proprio in quei paesi che Wojtyla si è adoperato a traghettare nell’area “occidentale”, ma il cui cambiamento non è poi proprio andato nella direzione da lui desiderata.

   Non siamo mai stati esegeti di questo papato né lo diventeremo adesso che il Papa è morto.
  La sua morte, al pari della morte di qualunque uomo, ci muove ad umana pietà, rinnovando, in noi “non credenti”, in noi non fedeli, quindi “in-fedeli”, quello sgomento che ci coglie tutte le volte che siamo costretti a prendere atto della nostra impotenza di fronte alla ineluttabilità della fine della vita, fine non confortata da illusorie speranze di un qualche “aldilà.

   Di questo Papa, ricordiamo alcune cose in positivo, che hanno comunque avuto un impatto nullo sulla realtà. Fra queste sicuramente, il suo impegno per la pace, la lotta alle ingiustizie, alla fame nel mondo.
  Di contro, ricorderemo le sue lotte contro tutto ciò che egli vedeva come affermazione di stili di vita in contrasto con la sua visione arcaica della società. Tra queste, la la lotta in difesa della sua idea di famiglia e di etica sessuale. Divorzio, aborto, omosessualità, condom, famiglie di fatto.
  Da ascrivere al suo pontificato, anche l’avversione per quella “teologia della liberazione”, che ai suoi occhi di polacco reduce di una chiesa vissuta spesso in clandestinità, non riusciva a non apparire come una pericolosa contaminazione a sinistra foriera di chissà quale deriva ideologica. Avversione che aveva il suo contraltare nella predilezione di quell’Opus Dei di Escrivà de Balaguer, da lui santificato. Avversione che lo portava di fatto a preferire quei “potenti della terra” che a parole esecrava, ai difensori degli “ultimi” che sentiva invece in odor di comunismo.

   Cosa resterà delle adunate oceaniche, dei canti, dei balli, delle isterie mediatiche suscitate dalle sue apparizioni? Cosi come quando la corte papale si allontanava dai luoghi in cui gli eventi mediatici prodotti dalle sue visite tutto si spegneva, e tutto tornava come prima, anche tutte le più appariscenti manifestazioni di folla resteranno quello che sono: prodotti effimeri di una società dove tutto può diventare merce, anche e soprattutto i sentimenti. Anche quelli religiosi, che, come insegna la destra “neocon” americana, sono fra quelli più proficuamente utilizzabili.
  Cosa faranno i “Papaboys” senza Wojtyla?
  Spariranno anch’essi.
  A meno che non scelgano di militare in una nuova edizione di “Amici” sotto la guida della De Filippi e sotto le insegne del Biscione.

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